I “NEET”, CATEGORIA DA SALVARE O DA ABBANDONARE?

Se esaminiamo la Costituzione Italiana, all’articolo 1 troviamo scritto: “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro…”. Da quest’affermazione siamo indotti erroneamente a credere che è un nostro diritto essere assunti per un’ attività lavorativa, ma la realtà è ben diversa. Il sotto testo, che l’art.1 cerca di esplicare, riguarda la possibilità del singolo individuo di ricercare un impiego verso determinati enti (pubblici o privati). Tuttavia, oggi questo diritto non viene garantito sempre e per tutti, a causa della dilagante diffusione nel nostro paese del fenomeno della disoccupazione.

Coloro che sono esclusi dal mercato del lavoro prendono il nome di “NEET”, acronimo della frase inglese “Not in Education, Employment or Training”, ovvero quei giovani che attualmente non svolgono percorsi d’ istruzione o di formazione professionale e, quindi, considerati emarginati dal sistema. La prima volta che compare il termine NEET è su un articolo del 1999 della Social Unit, un dipartimento del governo del Regno Unito, il quale analizza lo stato socio-economico del lavoro, affermando che questa categoria mina le fondamenta della nostra società attraverso l’avvio di carriere criminali o la deriva in lunghi stati di depressione che affliggono i soggetti interessati. Questa categoria di giovani tra i 15 e i 29 anni non dispone della volontà di ricercare un impiego e tanto meno ha intenzione di svolgerlo. La causa del fenomeno è da ricercarsi nel percorso di vita tra adolescenza e maturità e in quel persistente stato di rifiuto, che si tramuta in un ulteriore stadio della sindrome di Peter Pan. Alcuni studiosi ritengono che questo blocco del percorso di crescita sia dovuto alla mancata assunzione di responsabilità e alla dipendenza economica.

Su tale questione si sono basate numerose indagini da parte dell’ Eurostat, l’ufficio statistico dell’Unione europea, che nel 2018 ha individuato i soggetti maggiormente vulnerabili al fenomeno NEET. Si tratterebbe nella maggior parte dei casi di donne, persone affette da disabilità, soggetti con difficoltà familiari e con bassi livelli d’istruzione. Sempre secondo l’ Eurostat, i paesi europei più colpiti da questo fenomeno sarebbero la Romania, la Grecia e l’Italia. Incrociando i dati di questo ente e dell’ ISTAT (Istituto nazionale di statistica) è risultato che nel nostro paese vi è stato un aumento esponenziale dei NEET, che raggiungono quota 3 milioni, colpendo specialmente le regioni del meridione come Calabria, Sicilia, Puglia e Campania.

Ora è legittimo porci una domanda: quella dei NEET è una categoria da abbandonare o da salvare? Per rispondere a questo interrogativo dobbiamo prima ritornare agli inizi del XX secolo negli Stati Uniti. In questo periodo, per diminuire la presenza di giovani nelle strade malfamate e la conseguente crescita della criminalità, si optò per la realizzazione di scuole di box che attirassero i ragazzi e li tenessero lontani dalla strada. Come è accaduto negli States, dove si è investito su determinati settori (la box) per diminuire la criminalità giovanile, cosi la società dovrebbe intervenire sul fenomeno NEET attraverso investimenti statali sull’istruzione, sulle forme di lavoro, coinvolgendo anche le famiglie per ridare speranza a questa categoria che non va abbandonata o ignorata, ma anzi aiutata e sostenuta, perché, ricordiamoci, i veri campioni provengono dalla strada.

Cristian Civaro 4Al

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